Col cuore si crede, con la bocca si professa
Lettore: Il popolo di Dio, mosso dalla fede con cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l'universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell'uomo, orientando così lo spirito verso soluzioni pienamente umane.(GS 11) La fede è un atto personale: è la libera risposta dell'uomo all'iniziativa di Dio che si rivela. La fede però non è un atto isolato. Nessuno può credere da solo, così come nessuno può vivere da solo. Nessuno si è dato la fede da se stesso, così come nessuno da se stesso si è dato l'esistenza. Il credente ha ricevuto la fede da altri e ad altri la deve trasmettere. Il nostro amore per Gesù e per gli uomini ci spinge a parlare ad altri della nostra fede. In tal modo ogni credente è come un anello nella grande catena dei credenti. Io non posso credere senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede, contribuisco a sostenere la fede degli altri.(CCC 166)
Insieme: Vieni, Spirito Santo, dentro di me, nel mio cuore e nella mia volontà. Accordami la Tua intelligenza, perché la parola del Vangelo illumini la mia coscienza e riscaldi il mio cuore. Donami il Tuo amore, perché oggi, esortato dalla Tua parola, ti cerchi nei fatti e nelle persone che ho incontrato. Donami la Tua sapienza, perché io sappia rivivere e motivare, alla luce della Parola, quello che oggi ho vissuto. Donami la perseveranza, perché io con pazienza penetri il messaggio di Dio nel Vangelo e lo metta in pratica. Amen
Dal Vangelo secondo Matteo (8,5-11) In quel tempo, entrato Gesù in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: “Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente”. Gesù gli rispose: “Io verrò e lo curerò”. Ma il centurione riprese: “Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va’, ed egli va; e a un altro: Vieni, ed egli viene; e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa”. All’udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano:
“In verità vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande. Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli”.
Lettore: Basta una Parola per essere salvati. Una Parola e nulla più. La luce, il mondo, l'uomo, tutto è nato dalla forza creatrice della Parola scaturita dalle labbra di Dio. Siamo stati creati in Cristo, in Colui che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto per molti; ma la realtà è che, nati per servire, giaciamo distesi in un letto d'impotenza. Il nostro cuore è malato, anche se viviamo e facciamo molte cose d'ogni giorno, siamo come paralizzati. E soffriamo terribilmente. Forse vorremmo servire. Forse desideriamo che la nostra vita sia quella che Dio ha pensato, ma proprio non ce la facciamo. I ricordi, le sofferenze, le angosce, i tradimenti, la solitudine, le attese deluse, ovunque, tra gli amici, sul lavoro, perfino in famiglia e nella Chiesa. La sofferenza del nostro essere ci ha paralizza. Il passato di peccato pesa come un macigno. E ci sentiamo soli. Avviene quando la nostra vita concreta è vissuta senza Cristo, viviamo nella notte. Le tenebre ci nascondono la realtà, nel buio non vi è alcuna certezza, nulla a cui appoggiarci. Quello che ci capita ci sconforta, ci abbatte, il buio diventa fitto, è tenebra. Solo la persona di Gesù può far nascere la speranza, come l’alba che caccia la notte, l’apparire di Cristo nella nostra vita, rincuora e rasserena. Lui passa oltre le porte sprangate, nel cuore risuona "Pace a voi!": Sono Io, guardami, tocca le mie piaghe! Dammi da mangiare di quello che hai preparato, la tua vita di oggi, la prendo Io, la faccio mia perchè “Io faccio nuove tutte le cose” tu sarai come un albero piantato lungo il fiume, il mio fiume, e porterai frutto.
Lettore: Vorrei, a questo punto, delineare un percorso che aiuti a comprendere in modo più profondo non solo i contenuti della fede, ma insieme a questi anche l’atto con cui decidiamo di affidarci totalmente a Dio, in piena libertà. Esiste, infatti, un’unità profonda tra l’atto con cui si crede e i contenuti a cui diamo il nostro assenso. L’apostolo Paolo permette di entrare all’interno di questa realtà quando scrive: “Con il cuore si crede … e con la bocca si fa la professione di fede” (Rm 10,10).
Il cuore indica che il primo atto con cui si viene alla fede è dono di Dio e azione della grazia che agisce e trasforma la persona fin nel suo intimo. L’esempio di Lidia è quanto mai eloquente in proposito. Racconta san Luca che Paolo, mentre si trovava a Filippi, andò di sabato per annunciare il Vangelo ad alcune donne; tra esse vi era Lidia e il “Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo” (At 16,14). Il senso racchiuso nell’espressione è importante. San Luca insegna che la conoscenza dei contenuti da credere non è sufficiente se poi il cuore, autentico sacrario della persona, non è aperto dalla grazia che consente di avere occhi per guardare in profondità e comprendere che quanto è stato annunciato è la Parola di Dio. (Benedetto XVI, Porta fidei,10)
Lettore: Dinanzi la figura di questo centurione, ciascuno può vedere se stesso. Egli ha incontrato il Signore, il Kyrios che, con una parola, ordina alla morte di far posto alla vita. Il centurione non rappresenta una fede magica; egli rende presente il suo vissuto, un cammino dentro il dolore e l'angoscia e l'approdo ad una certezza: l'Uomo che ha lì davanti è il Kyrios, il Signore. Incontra Gesù e lo scongiura di esercitare l'autorità ed il potere che gli riconosceva. Il centurione, pagano, ha percorso un cammino di conversione nella storia, ha sperimentato la sua impossibilità di fronte al male, pur avendo autorità e potere nella società. Il suo percorso lo ha condotto ad incontrare quel Rabbì galileo, e a consegnargli la sua vita per salvare quella del servo. L'amore per il suo servo, l'angoscia per la sua sofferenza, lo rende audace. Ha a cuore la sorte del suo servo e questo lo spinge ad oltrepassare le barriere della Legge.
Egli sa che Cesare, il Kyirios di Roma, può infrangere la Legge perchè ne è lo stesso autore: una sola parola e la Legge cambia. Questa è la fede del centurione! Gesù è un Kyrios ancora più potente, la sua Parola può compiere quello che all'uomo è impossibile, perchè quella Parola è molto più della legge, è la vita stessa, vita che è più forte della morte.
Con il centurione possiamo imparare l'umiltà che sorge dalla verità: sono nella notte, ma ti vedo ora qui di fronte a me, sei il Kyrios, il Signore che ha vinto la morte. Sei Tu l'unica certezza, so che una parola della tua bocca può accendere di vita eterna la mia vita. Non sono degno che tu venga nella mia notte, non ho se non i miei fallimenti. Non sono degno, non ho nessuna credenziale da mostrarti, nessun diritto per essere salvato se non che io credo in Te, nella onnipotenza della tua parola, nel tuo amore che salva è la mia speranza.
Lettore: Professare che Gesù è il Signore costituisce il nucleo primitivo del Kerygma, della professione di fede più antica della Chiesa; "Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore. Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza" (Rm 10, 8-10).
Il centurione, sotto l'azione dello Spirito Santo che lo ha guidato durante il cammino verso Gesù, è ora come un catecumeno dinanzi alla piscina battesimale: ciò che ha imparato a credere nel cuore per "ottenere la giustizia" - per essere purificato - lo professa con le labbra per avere la salvezza del servo.
Il desiderio intriso d'amore lo ha spinto verso Gesù, come quello dei tanti pagani che si avvicinavano ai cristiani nel desiderio di "vivere come loro". Ha sperimentato l'amore che lo ha accolto offrendosi di andare Egli stesso a casa sua, in un luogo impuro, e curare il servo malato; di fronte alla risposta inaspettata che rompe ogni schema legalistico, il centurione ne riconosce la novità, la grandezza e la speranza che porta con sé: quell'Uomo è disposto a sporcarsi con lui, con le sue cose, con i suoi peccati; quell'Uomo vuole scendere nella sua tenebra.
Quell'Uomo è Kyrios: può andare oltre la Legge, Gesù è così potente da obbedire invece di farsi obbedire, da servire invece di farsi servire. "Io verrò e lo curerò!": in queste parole è tracciata tutta l'esperienza del centurione, quella sconvolgente di un amore mai visto che lo spinge sino alla certezza, alla fede che gli illumina il cuore; il Kyrios che può salvare il mio sottoposto, si è fatto servo così può raggiungere, toccare e sanare il mio servo. Egli è Dio che si è fatto uomo come noi, egli può davvero salvare, strappare dalle tenebre e dalla morte.
Lettore: Professare con la bocca indica che la fede implica una testimonianza ed un impegno pubblici. Il cristiano non può mai pensare che credere sia un fatto privato. La fede è decidere di stare con il Signore per vivere con Lui. E questo “stare con Lui” introduce alla comprensione delle ragioni per cui si crede. La fede, proprio perché è atto della libertà, esige anche la responsabilità sociale di ciò che si crede. La Chiesa nel giorno di Pentecoste mostra con tutta evidenza questa dimensione pubblica del credere e dell’annunciare senza timore la propria fede ad ogni persona. È il dono dello Spirito Santo che abilita alla missione e fortifica la nostra testimonianza, rendendola franca e coraggiosa. La stessa professione della fede è un atto personale ed insieme comunitario. E’ la Chiesa, infatti, il primo soggetto della fede. Nella fede della Comunità cristiana ognuno riceve il Battesimo, segno efficace dell’ingresso nel popolo dei credenti per ottenere la salvezza. Come attesta il CCC 167 : “«Io credo»; è la fede della Chiesa professata personalmente da ogni credente, soprattutto al momento del Battesimo. «Noi crediamo» è la fede della Chiesa confessata dai Vescovi riuniti in Concilio, o più generalmente, dall’assemblea liturgica dei fedeli. «Io credo»: è anche la Chiesa nostra Madre, che risponde a Dio con la sua fede e che ci insegna a dire «Io credo», «Noi crediamo»” [17]. (Benedetto XVI, Porta fidei)
Lettore: Il centurione può professare ora che Gesù è il Signore, sa che una sua sola parola ha il potere di cambiare l'esistenza. "Io verrò": in questa parola Gesù lo ha amato così come egli è. E’ l’amore che si mostra, che visita il nostro cuore, che parla con una voce che sa di Cielo e di misericordia, che ci fa esclamare : "Mio Signore e mio Dio!". Per questo siamo chiamati a sederci silenziosi, ad attendere Lui, quando voglia venire. Queste tenebre che ci avvolgono sono già il nostro cammino incontro a Lui, che è vicino, è nella stessa nostra oscurità. Gesù scende nell'impurità della nostra esistenza, è accanto a noi, basta aspettare che si riveli, scongiurare "maranhatà! Vieni Signore Gesù".
La fede del centurione sorge dalle tenebre di una vita pagana, vissuta lontana da Dio, senza Legge nè promesse.
Il centurione è immagine di chi si avvicina a Cristo, che vede la Luce in mezzo alle tenebre ed è accolto a mensa, ammesso ai sacramenti e alla comunione della Chiesa. Il centurione è la profezia che oggi scende come un dono alla nostra vita, l'annuncio di speranza deposto nella nostra storia. Anche un servo malato e paralizzato in un letto può alzarsi e tornare a servire al semplice pronunciarsi di Gesù. Così per te e per me oggi, anche se l'evidenza in noi e attorno a noi ci parla di incapacità e di fallimenti, di peccati e di morte. Anche se siamo segnati da catene più forti di noi che ci impediscono d'essere liberi di amare e servire, c’è una certezza che squarcia le tenebre: guardare al Signore, aspettare una sola Parola di Gesù. Basta una parola - il gemito inesprimibile dello Spirito in noi - per sciogliere l'unica Parola capace di salvare e trasformare il nostro cuore. Non si tratta di cambiare le coordinate della storia, degli eventi o delle situazioni. No. La Parola, una Parola di Gesù, ha oggi il potere di farci uomini nuovi. Servi nel Servo, figli nel Figlio.
Insieme: Signore, io credo: io voglio credere in Te. Fa che la mia fede sia piena, senza riserve, e che essa penetri nel mio pensiero, nel mio modo di giudicare le cose divine e le cose umane. O Signore, fa che la mia fede sia libera: cioè abbia il concorso personale della mia adesione, accetti le rinunce ed i doveri che essa comporta e che esprima l’apice decisivo della mia personalità: credo in Te, o Signore. O Signore, fa che la mia fede sia certa; certa d’una sua esteriore congruenza di prove e d’una interiore testimonianza dello Spirito Santo, certa di una sua luce rassicurante, d’una sua conclusione pacificante, d’una sua assimilazione riposante. O Signore. fa che la mia fede sia forte; non tema le contrarietà dei problemi, onde è piena l’esperienza della nostra vita avida di luce; non tema le avversità di chi la discute, la impugna, la rifiuta, la nega; ma si rinsaldi nell’intima prova della Tua verità, resista alla fatica della critica, si corrobori nella affermazione continua sormontante le difficoltà dialettiche e spirituali, in cui si svolge la nostra temporale esistenza.
O Signore, fa che la mia fede sia gioiosa e dia pace e letizia al mio spirito, e lo abiliti all’orazione con Dio e alla consacrazione con gli uomini, così che irradi nel colloquio sacro e profano l’interiore beatitudine del suo fortunato possesso.
O Signore, fa che la mia fede sia operosa e dia alla carità le ragioni della sua espansione morale, così che sia vera amicizia con Te e sia in Te nelle opere, nelle sofferenze, nell’attesa della rivelazione finale, una continua testimonianza, un alimento continuo di speranza. O Signore, fa che la mia fede sia umile e non presuma fondarsi sull’esperienza del mio pensiero e del mio sentimento; ma si arrenda alla testimonianza dello Spirito Santo, e non abbia altra migliore garanzia che nella docilità alla Tradizione e all’autorità del Magistero della santa Chiesa. Amen. (Paolo VI)